BELLANAPOLI


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STORIA


(Vedi anche storia di Napoli e molto altro su WIKIPEDIA)


Napoli, città e porto della Campania, capol. di prov. e di regione, sul golfo di Napoli, a 10 m d'alt.; 117,27 km²; 1.020.120 ab. (Napoletani o Partenopei). Sede arcivescovile. Università. Aeroporto internazionale (Capodichino). Napoli è, dopo Roma e Milano, la terza città d'Italia per il numero degli abitanti e la più importante città del Mezzogiorno. Favorita da clima mite e costante (la temperatura media annua è di 17 ºC), si estende ad anfiteatro sul pendio di colline digradanti lungo il litorale del golfo omonimo, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, in uno scenario di bellezza incomparabile, cantato da innumerevoli poeti e scrittori (Virgilio, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Milton, Shelley, Cervantes, Goethe, Byron, ecc.). Fino al XIII sec. l'estensione della città rimase assai limitata; le diverse dominazioni subite in seguito corrispondono ad altrettante tappe del suo sviluppo urbanistico. All'epoca della conquista angioina (1266) la città contava 40.000 ab.; la sua nuova funzione di capitale ne aumentò l'importanza, con conseguente incremento demografico e urbanistico. All'inizio del XVI sec., i suoi abitanti erano 110.000. Alfonso d'Aragona e i suoi successori ampliarono la superficie del territorio urbano erigendo nuove mura; in seguito, il dominio spagnolo modificò il carattere della città, poiché il viceré don Pedro de Toledo attirò a Napoli le grandi famiglie nobili, e numerosi palazzi vennero costruiti verso ovest, tra le mura e la collina di Sant'Elmo (ove poi si sviluppò il Vomero), in posizione elevata e salubre; fu aperta l'ampia strada detta via Toledo e si svilupparono i cosiddetti quartieri spagnoli. Nel 1656, Napoli era la più popolosa città dell'Europa occidentale, con 360.000 ab.,
ma in quell'anno un'epidemia di peste li ridusse a circa la metà, e occorse un secolo intero perché la popolazione napoletana ritornasse numerosa com'era prima della pestilenza. Divenuta, con Carlo di Borbone, nuovamente capitale di regno, Napoli conobbe un nuovo sviluppo. Alla fine del XVIII sec., la città cominciò ad assumere l'attuale aspetto urbanistico ed edilizio, e le colline di Sant'Elmo e di Capodimonte si coprirono di nuovi palazzi e quartieri; ai primi del XIX sec., gli abitanti erano 441.000. Tale sviluppo proseguì, senza obbedire a un piano prestabilito,
fino a che, in seguito a una terribile epidemia di colera (1884), le autorità furono indotte a intraprendere grandi lavori di risanamento; fu sventrata la parte bassa della città antica e furono aperte nuove ampie arterie (rettifilo di corso Umberto I). Diversamente da altre grandi città italiane, Napoli, che aveva perduto il rango di capitale, non risentì in misura notevole le conseguenze dell'unità italiana: continuò a svilupparsi in relazione all'attività economica propria e i suoi sobborghi raggiunsero Pozzuoli a ovest e Portici a est, mentre altri, nuovi, sorgevano lungo le strade di Capua e di Caserta, a nord. Nel 1931 la città contava 840.000 ab.; 866.000 nel 1936. Le distruzioni belliche (durante la seconda guerra mondiale, circa 100.000 vani d'abitazione e il 65% degli impianti industriali andarono distrutti), le demolizioni di alcuni quartieri (rione Carità, ecc.),la costruzione di moderne zone urbane (a ovest, i quartieri amministrativi e turistici; a est, quelli commerciali), lo sfollamento dei "bassi", l'intenso processo di industrializzazione, prima, e di terziarizzazione del complesso urbano, poi, hanno apportato considerevoli modifiche all'aspetto della città. Questa ha visto dapprima crescere il numero dei suoi abitanti (intorno a un milione, nell'immediato dopoguerra) fino a raggiungere la soglia di 1.200.000 e a superarla di diverse decine di migliaia di unità all'inizio degli anni Settanta. Da allora il numero ha incominciato lentamente ma costantemente a diminuire (1.067.365 al censimento 1991). Il carattere particolare di Napoli sta anche nel vivo contrasto che si rileva nella città stessa, dove, dietro i grandi palazzi dalle ricche facciate prospicienti le maggiori arterie, innumerevoli abitazioni sovrappopolate, più o meno misere, si addensano in isolotti separati da viuzze strettissime: è qui, nei vicoli, che scorre la tipica vita napoletana, in un'atmosfera rumorosa e vivacissima. Lungo il mare, invece, sul quale si affacciano gli alberghi di lusso, un immenso viale (suddiviso in via Caracciolo e via Partenope) offre un magnifico panorama sul golfo e sul Vesuvio. Castel dell'Ovo, antica fortezza normanna, domina l'incantevole porto di Santa Lucia, in cui si addensano i pescherecci. I sobborghi sulla riva del mare terminano a ovest, dopo la pittoresca Mergellina, a Posillipo, quartiere residenziale, le cui ricche ville si scaglionano a gradinata sui pendii dei Campi Flegrei, al di sopra di Marechiaro, la piccola località di pescatori immortalata dalla poesia. Quattro funicolari collegano i vecchi quartieri della pianura a quelli collinari. L'agglomerato di Napoli svolge un'importante attività economica, in gran parte dipendente dal porto. Completamente distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito e dotato di moderne attrezzature (darsene, bacini di carenaggio, silos, ecc.). Per il traffico passeggeri, che acquistò grande importanza all'inizio del XX sec., all'epoca della massiccia emigrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo, oggi il porto di Napoli è il primo d'Italia, con oltre 5 milioni di passeggeri imbarcati e sbarcati in un anno. Oltre al traffico, prevalentemente turistico, con le isole dell'arcipelago napoletano (la città è collegata anche da servizi di aliscafi con Capri, Ischia e Sorrento), è intenso anche quello regolare con le isole Eolie, Messina, Palermo, Cagliari. L'attività del porto mercantile (uno dei primi d'Italia) non ha cessato di aumentare, grazie a vari fattori: l'importanza del suo retroterra che, sebbene poco esteso, richiede grandi quantità di beni di consumo (cereali, carbone, coloniali); il carico dei prodotti agricoli d'esportazione (ortaggi, legumi e frutta, agrumi; prodotti caseari: mozzarelle, provole e provoloni, ecc.) e soprattutto l'esistenza nel capoluogo e nei comuni limitrofi di importanti industrie di trasformazione di materie prime pesanti (raffinerie di petrolio, cementifici) e di costruzioni ferroviarie, automobilistiche e aeronautiche (stabilimenti Alfa Romeo e Aeritalia di Pomigliano d'Arco). Per quanto riguarda più strettamente il capoluogo, si è registrato un progressivo fenomeno di deindustrializzazione, con la chiusura di numerose iniziative e la ricollocazione di altre fuori del centro urbano o addirittura in tutt'altra località.
Esempio di questa nuova tendenza è lo smantellamento del polo siderurgico di Bagnoli, località inserita in un progetto di riqualificazione territoriale. Ancora rilevanti, a Napoli città, sono le industrie metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto, seguite dai rami del vestiario, del tessile e dell'abbigliamento (in costante diminuzione), da quelle cartarie e poligrafiche, delle pelli, del cuoio e delle calzature, dai settori alimentare, della ceramica e del legno, nonché da una miriade di iniziative minime o piccole di ogni genere appartenenti a un "secondo circuito" sommerso, o "nero", il cui peso reale risulta difficilmente valutabile. La contemporanea sensibile avanzata delle iniziative del settore terziario ha compensato solo in parte la perdita di posti di lavoro nell'industria - sicché la disoccupazione è aumentata - senza peraltro portare a una reale soluzione dei gravi problemi infrastrutturali (primi fra tutti quello della mobilità delle merci e dei lavoratori pendolari e quello della fornitura di dotazioni civili soddisfacenti e adeguate al ruolo di terza città d'Italia) che sono fra le concause del declino industriale e demografico della metropoli partenopea. Con poco più di 2,5 milioni di passeggeri transitati nel 1995, l'aeroporto di Capodichino pone Napoli al terzo posto in Italia dopo gli scali passeggeri di Roma e di Milano. Napoli è inoltre importante nodo stradale, autostradale e ferroviario e ha un'intensa attività commerciale. Sviluppata è l'industria turistico-alberghiera. La città di Napoli vanta nobili tradizioni culturali: oltre all'antichissima università (1224), importanza notevole hanno l'Istituto universitario navale, l'Istituto universitario orientale, l'Istituto italiano di studi storici, l'Istituto di fisica nucleare, il Centro internazionale di studi archeologici Amedeo Maiuri, l'Accademia pontaniana, l'osservatorio astronomico (Capodimonte), l'osservatorio vesuviano, l'orto botanico, la stazione zoologica con l'acquario, oltre alle biblioteche (Nazionale, Farnese, Gioacchina) e ai musei. Tra le manifestazioni annuali notevoli: la festa di San Gennaro, con processioni; la festa di Piedigrotta (settembre), la Fiera internazionale della casa, arredamento, abbigliamento, edilizia, alla Mostra d'oltremare (giugno-luglio), il Luglio musicale a Capodimontee l'Autunno musicale al Teatrino di corte di Palazzo Reale. Napoli è patria di innumerevoli artisti (Bernini, Salvator Rosa, Luca Giordano, Vanvitelli, G. Gigante, V. Gemito, ecc.), musicisti (D. Scarlatti, R. Leoncavallo, E. A. Mario),
poeti e scrittori (Stazio, I. Sannazzaro, G. B. Marino, G. B. Basile, G. B. Vico, G. Filangieri, P. Colletta, S. di Giacomo, G. Marotta), patrioti e uomini politici (F. Caracciolo, C. Poerio, L. Settembrini, C. Pisacane, V. Imbriani, A. Diaz, A. Labriola, E. De Nicola) e uomini di teatro (E. Scarpetta, E. Caruso, Totò, i De Filippo, ecc.). Nei pressi della città si trovano le città romane di Pompei ed Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, il monte Faito verso SE; Capri a sud; verso ovest, i Campi Flegrei, Pozzuoli, con la solfatara, Agnano (terme; ippodromo nazionale), Camaldoli e le isole di Ischia e Procida.

La provincia di Napoli è per estensione una delle più piccole province italiane, ma è la più densamente popolata: 1.171 km²; 3.110.970 ab. distribuiti in 92 comuni, con una densità di 2.657 ab. per km². Il comune di Napoli addensa sul 10% del territorio provinciale il 33% della popolazione. Gli altri 91 comuni avevano nel 1951 una popolazione di 1.071.000 ab. Il denso reticolo di città minori e borghi, che si raccoglie entro un raggio di 25-30 km dal capoluogo, costituiva già allora un'area metropolitana atipica, con poche attività industriali e una base economica in cui prevalevano piuttosto l'agricoltura intensiva, la pesca, il turismo.
La popolazione dell'hinterland di Napoli è aumentata in misura non fortissima ma continua nei decenni successivi: 1.238.000 ab. nel 1961, 1.483.000 dieci anni dopo, 1.759.000 nel 1981 e 1.948.000 ab. nel 1991.
L'intera provincia costituisce uno spazio fortemente urbanizzato. I comuni più popolosi sono quelli costieri del golfo di Napoli: Pozzuoli, Portici (64.180 ab.), Ercolano, Torre del Greco (98.749 ab.), Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; Sorrento e le isole di Capri e Ischia sono i centri storici del turismo partenopeo. Nella pianura a nord di Napoli si sono sviluppati sobborghi residenziali e industriali: Casoria, Giugliano in Campania, Afragola, Acerra e Pomigliano d'Arco dove hanno sede i grossi complessi industriali dell'Alfa Romeo, FIAT e dell'Aeritalia. I centri ai piedi del Vesuvio, meno popolosi, sono collegati ad anello dalla strada e dalla ferrovia circumvesuviana.
Pompei è già ai confini con la provincia di Salerno. A est la pianura di Nola conserva caratteristiche in parte agricole. L'agricoltura ha carattere intensivo; la viticoltura (Epomeo, Campi Flegrei, Vesuvio) dà vini pregiati: capri bianco, lacrima Christi, falerno, gragnano, vesuvio e i vini d'Ischia; oltre alla vite, si coltivano ortaggi, frutta, canapa, agrumi, olivi. Notevoli le estensioni boschive (castagneti). Attiva è la pesca a Procida, Pozzuoli, Torre del Greco, ecc. L'industria è varia: oltre alle industrie del capoluogo, attive sono le industrie navali, tessili, e soprattutto alimentari (ortaggi, pomodori e frutta conservati; paste alimentari). Alle già affermate industrie chimiche (Napoli, Torre Annunziata), ai cantieri navali (Napoli, Castellammare di Stabia), alle manifatture di tabacco, agli stabilimenti farmaceutici (Napoli), meccanici (Pozzuoli), alimentari (paste, conserve, gelati), aeronautici (Fusaro), tessili (Capodichino), si sono aggiunti i grandi impianti di Pomigliano d'Arco.
Tuttavia il processo di industrializzazione da solo non è bastato a risolvere tutti gli antichi problemi locali:
la disoccupazione mantiene valori elevatissimi, le dotazioni civili sono in larga parte insufficienti e anche sulla provincia si esercita, non meno che sul capoluogo, il peso opprimente della malavita organizzata, sicché quella di Napoli è l'unica fra le quattro grandi province metropolitane italiane che ancora presenta evidenti aspetti di sottosviluppo. Fra le attività del terziario, oltre a quelle che fanno capo ai servizi pubblici, intensa è ovunque l'attività commerciale e sviluppatissimo è il turismo (Sorrento, Capri, Ischia, Pompei). Frequentate sono le stazioni termali dell'isola d'Ischia, di Agnano e Pozzuoli. Centri principali: Torre del Greco, Portici, Casoria, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre Annunziata, Afragola, Giugliano in Campania.

L'antica Neapolis ("Città Nuova") fu fondata da un gruppo di coloni cumani stabilitisi a Parthenópe (Partenope), già insediamento fenicio e poi, nel VII sec. a.C., rodiese. Divenuta ben presto la città più importante della Campania,
intorno alla metà del Vsec. accolse molto probabilmente dei coloni attici e, verso il 420, i rifugiati di Cuma, conquistata dai Sanniti, nel sobborgo di Palepoli (Paláiopolis, "Città Vecchia"). Assediata nel 327 dal console Publilio Filone, si arrese l'anno successivo, divenendo alleata di Roma, alla quale rimase fedele sia durante la spedizione di Pirro sia nel corso della guerra annibalica. Nonostante la concorrenza del porto di Puteoli (Pozzuoli) e la distruzione subita nell'82 a.C. da parte dei partigiani di Silla, nell'ultimo secolo della repubblica e durante l'Impero fu assai florida economicamente e famosa, oltre che per le sue bellezze naturali, anche come centro culturale d'impronta greca (Virgilio vi studiò presso la scuola di Sirone, stabilendosi più tardi nella villa forse ereditata dal maestro, e vi fu sepolto). Eretta a municipio nel 90 a.C. e a colonia sotto Claudio, conservò tuttavia
fino al Basso Impero la lingua e le istituzioni greche. Nel 476 vi fu imprigionato Romolo Augustolo, ultimo imperatore d'Occidente. Gli Ostrogoti sottomisero Napoli senza difficoltà (493), ma la città venne gravemente danneggiata dalla riconquista bizantina, che si realizzò faticosamente tra il 536 e il 553. Napoli si risollevò sotto l'amministrazione bizantina (rappresentata da giudici e duchi) e sotto il patrocinio dei vescovi, e tanto crebbe in potenza, da respingere tutti i tentativi di conquista dei Longobardi (581, 592, 599) e da imporsi agli stessi Bizantini come una base indispensabile per la conservazione dei loro domini in Italia. In cambio di questa collaborazione, Bisanzio concesse ai Napoletani un'ampia autonomia, fondata essenzialmente sul diritto di eleggere il proprio supremo magistrato, il duca. Per questa via, il vincolo di dipendenza di Napoli dall'imperatore si allentò sempre più e si ruppe di fatto sotto il duca-vescovo Stefano II (763). Capitale per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e vittoriosa, contro i musulmani (secc. IX e X) e tortuose vicende nei complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). La conquista fu compiuta da Ruggero II, primo re di Sicilia, a prezzo di una lunga lotta, che nella sua ultima fase impegnò tutto il popolo nella difesa dell'indipendenza della città. Sotto i re normanni Ruggero II (1130- 1154), Guglielmo I il Malo (1154-1166) e Guglielmo II il Buono (1166- 1189), in mezzo secolo, Napoli si adattò non senza resistenze e sommosse (anche a sfondo sociale: nobili contro popolani) alla parte non più di capitale (la capitale del regno era Palermo), ma di capoluogo di una provincia che conservava il nome di principato di Capua. Ruggero II le garantì l'autonomia amministrativa (con una forte accentuazione aristocratica), Guglielmo I ne consolidò le difese (Castel Capuano, inizio di castel dell'Ovo), Guglielmo II temperò in senso popolare l'amministrazione. Quest'atto conciliò definitivamente i Napoletani coi Normanni così che quando, morto Guglielmo II (1189), Enrico VI di Svevia intraprese la conquista del regno di Sicilia, Napoli si schierò col suo rivale Tancredi di Lecce cugino di Guglielmo II, che la colmò di privilegi e di favori, e ne ebbe in cambio leale e generoso aiuto nella guerra contro lo Svevo, al quale la città si arrese soltanto dopo un'eroica resistenza (1194). Punita da Enrico VI con la demolizione delle mura e la revoca di ogni autonomia, la città sopportò di malanimo il regime dispotico e fiscale di Federico II, peraltro temperato da alcune illuminate iniziative (fondazione dell'università, 1224, limitazione dei privilegi nobiliari, incremento dei traffici, ricostruzione delle difese, ecc.). Dopo la morte di Federico II (1250), partecipò attivamente alla lotta antisveva promossa dai papi e, pur avendo per qualche tempo (1254-1266) accettato il dominio di Manfredi, dopo Benevento si sottomise a Carlo d'Angiò (1266), che proprio a Napoli fece decapitare Corradino, ultimo rampollo della casa sveva (1268). Sotto la dinastia angioina (1266-1442) Napoli riacquistò dignità di capitale dopo che la Sicilia, con la rivolta dei Vespri (1282), passò agli Aragonesi; crebbe il suo peso politico, crebbero la popolazione, l'area cittadina (arricchita di nuovi quartieri e monumenti, quali la reggia di Castel Nuovo), le attività economiche e culturali, favorite, queste, anche dal mecenatismo dei re, soprattutto di Roberto il Saggio; anche l'amministrazione cittadina, affidata ai cosiddetti Seggi o Sedili, svolse un'azione abbastanza efficace. Ma si inasprivano intanto gli squilibri, i contrasti sociali e il fiscalismo; per di più, dalla morte di Roberto (1343), si scatenarono quelle lotte dinastiche, che sboccarono nell'affermazione di Alfonso V (I) il Magnanimo, re d'Aragona e di Sicilia, che conquistò Napoli dopo un lungo assedio (1441-1442), stroncando le ultime vane speranze e resistenze degli epigoni della casa d'Angiò. I re aragonesi, nonostante le loro benemerenze soprattutto nel campo culturale e la loro magnificenza incontrarono difficoltà nel conquistarsi il favore popolare, tra l'altro per aver condotto a Napoli un gran numero di Catalani, a occupare posizioni-chiave nella politica e nell'economia, dove già operavano largamente altri forestieri, di origine francese, toscana, veneziana. Alfonso V (I) e Ferdinando I (Ferrante) non riuscirono ad arrestare le crescenti correnti avverse che, dopo l'ammonitrice congiura dei Baroni (1485- 1486), si manifestarono nell'accoglienza trionfale a Carlo VIII di Francia (1495) e successivamente nelle lotte franco-spagnole, che si conclusero nel maggio 1503 con l'ingresso di Consalvo di Cordova, il quale prese possesso di Napoli in nome di Ferdinando II (III) il Cattolico. Durante il regime dei viceré spagnoli (1503-1707), Napoli mantenne una formale autonomia, ebbe una rigogliosa ripresa urbanistica, prese, soprattutto ai tempi dell'imperatore Carlo V, respiro di metropoli di importanza e fama internazionali; ma pagò tutto questo a caro prezzo; tanto più caro quanto più il predominio della Spagna, dopo l'apogeo, venne declinando nel XVII sec. In un ambiente di stridenti contrasti culturali ed economico-sociali e sotto il peso di un fiscalismo sempre più pesante, scoppiò la rivolta popolare legata al nome di Masaniello (1647), seguita da un infelice esperimento repubblicano e da un tentativo di occupazione francese e conclusa col ritorno
allo statu quo (1648), con l'aggravante di un tenace strascico di rancori, e di sussulti politici e sociali, caratterizzati
da costanti conflitti tra nobili e popolani e da mutevoli atteggiamenti degli uni e degli altri nei confronti dei dominatori spagnoli. Il passaggio dalla dominazione spagnola all'austriaca, durata dal 1707 al 1734, non modificò la formula del regime vicereale, né le condizioni generali della popolazione; suscitò anzi qualche rimpianto del passato, tanto che l'avvento di Carlo III (VII) di Borbone (1734-1759), figlio del re di Spagna Filippo V, vincitore degli Austriaci e istauratore della nuova dinastia, fu accolto dai Napoletani con largo favore, come inizio della restaurazione della città nel rango di capitale di un regno indipendente e sovrano. I Borboni non delusero le aspettative dei loro nuovi sudditi: Carlo e il suo successore Ferdinando IV diedero un notevole impulso alla vita della città sotto ogni aspetto: politico-amministrativo, monumentale, soprattutto culturale (G. B. Vico e gli illuministi Genovesi, Galiani, Pagano, Filangieri, ecc.) e intrapresero alcune riforme d'ispirazione illuministica. La Rivoluzione francese e le conseguenti guerre coinvolsero Napoli, dove si susseguirono l'effimera Repubblica Partenopea (1799), espressione della volontà di un'esigua minoranza "giacobina" senza radici nella popolazione, e l'occupazione francese, che portò al trono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Nel periodo francese (1806- 1815), la città ebbe nuova amministrazione (i decurioni, per altro già introdotti da Ferdinando IV nel 1800) e nuovo incremento urbanistico e culturale; ma ciò non bastò a far dimenticare, soprattutto al popolo minuto e al clero, la vecchia dinastia riparata a Palermo. Perciò la restaurazione dei Borboni, ora in veste di re delle Due Sicilie (Ferdinando IV, ora I, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, dal 1815 al 1860), fu accolta con soddisfazione dalla maggioranza della popolazione. La città di Napoli, nonostante lo spirito retrivo e l'inerzia dei re, continuò a progredire: a Napoli fu costruito il primo battello a vapore (Ferdinando I, 1818), inaugurata la prima ferrovia (la Napoli-Portici, 1839), adottate le prime comunicazioni telegrafiche d'Italia; nel 1848 la marina napoletana era la terza d'Europa, i traffici, specialmente marittimi, prosperavano, il costo della vita era modesto e la tassazione media tenue. Nel campo della cultura, basterà ricordare Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Bertrando Spaventa, e molti insigni politici, tutti più o meno attivamente partecipi al movimento risorgimentale. A questo Napoli concorse coi moti del 1820-1821 e del 1848, entrambi tragicamente falliti; le iniziative liberali di Francesco II (concessione della costituzione, giugno 1860) anticiparono di pochi mesi la conquista di Garibaldi (7 settembre) e la formale annessione del regno agli Stati sabaudi (plebisciti dell'ottobre). Da quel momento la storia di Napoli si inserisce nella storia d'Italia: tra le benemerenze della città, duramente provata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, meritano ricordo le quattro giornate di lotta popolare, che la liberarono dall'occupazione tedesca (25-28 settembre 1943).

La pianta della città greca è stata ricostruita con sufficiente sicurezza, ma gli avanzi riconoscibili si limitano ad alcuni tratti delle mura del V sec. a.C. All'età romana sono invece da ascriversi i resti del teatro, del tempio dei Dioscuri, dell'Odeon, di alcuni impianti termali. Tra i più importanti monumenti dei primi secoli del cristianesimo sono le catacombe di San Gennaro, con ampie gallerie, sostenute talora da pilastri ricavati nel tufo, decorate con affreschi, i più antichi dei quali risalgono al II sec. Altri antichi cimiteri cristiani sono le catacombe dette di San Gaudioso e di San Severo. All'età costantiniana, secondo il Liber pontificalis Ecclesiae neapolitanae, risale la basilica di Santa Restituta, in origine a cinque navate, radicalmente trasformata nel Trecento, quando venne incorporata nell'attuale duomo, e una seconda volta dopo il terremoto del 1688. Altri edifici paleocristiani notevoli per la ricerca di effetti pittoreschi e scenografici, propri della tradizione architettonica della città, sono la chiesa di San Gennaro extra moenia, fatta elevare accanto alle catacombe dal vescovo Severo (fine IV sec. - inizio V sec.),
con una sola vasta navata preceduta da un portico (trasformata a tre navate nel IX sec.), quella di San Giorgio Maggiore, che conserva intatta, dopo i rifacimenti del XVIIIsec., la parte absidale, quella di San Giovanni Maggiore (VI sec.) e il battistero di San Giovanni in Fonte, (V sec.), a pianta quadrata, con cupola su alto tamburo poggiante su voltine angolari. Scarse sono le testimonianze artistiche di età preromanica e romanica: elementi ancora di gusto classico sono riconoscibili nel campanile di Santa Maria Maggiore ( XI sec.), come pure, ma uniti a motivi orientali, nei rilievi dei plutei di Santa Restituta, di una transenna in San Giovanni Maggiore e di un fregio, proveniente dalla stessa chiesa e conservato nel Palazzo Arcivescovile, con inciso sul retro un calendario del IX sec. In pittura la rielaborazione di schemi bizantini del ciclo di affreschi di Sant'Angelo in Formis venne ripresa fino al Duecento, come nelle tavole raffiguranti San Domenico e il Crocifisso tra la Vergine e San Giovanni Evangelista della chiesa di San Domenico. Divenuta capitale del regno degli Angiò, Napoli tornò a imporsi come grande centro artistico: fiorentissima fu soprattutto l'attività architettonica, grazie all'opera di maestri francesi, e anche locali, che diffusero nella città il gusto per le slanciate strutture gotiche in numerosissime chiese, da San Lorenzo Maggiore (iniziata nel 1267) con vasta abside poligonale, deambulatorio e cappelle radiali, a San Domenico Maggiore (1289-1324) e al duomo (1294-1323) a tre navate, con cappelle laterali; da Santa Chiara (1310-1328), con gli eleganti chiostri dei minori e delle clarisse, a Sant'Eligio (1270), a Santa Maria Donna Regina (inizio del XIV sec.), a San Giovanni a Carbonara (1343): tutti edifici che subirono tuttavia più o meno vasti rifacimenti nei secc. XVII e XVIII. All'età angioina risalgono anche il Castel Nuovo ( XIII sec; ricostruito nel XV sec.) e il castel Sant'Elmo (1329) dominante la città dal Vomero. Da tutte le regioni d'Italia, e in particolare dalla Toscana, affluirono allora nella città artisti fra i maggiori del tempo che contribuirono a renderla più splendida con le loro opere: Pietro Cavallini, circondato da una vasta schiera di collaboratori, affrescò le pareti e il coro di Santa Maria Donna Regina, Simone Martini nel 1317 dipinse per Roberto d'Angiò la grande pala con San Ludovico da Tolosa che incorona Roberto d'Angiò (Napoli, Museo di Capodimonte) e nel 1321 eseguì affreschi e un polittico per la cappella di Castel Nuovo, opere perdute come quelle che Giotto lasciò tra il 1329 e il 1332 nello stesso Castel Nuovo e in alcune cappelle della chiesa di Santa Chiara. Tra gli scultori, Tino di Camaino, giunto a Napoli tra il 1323 e il 1324, trascorse tutta l'ultima parte della sua vita al servizio degli Angiò, eseguendo i grandiosi monumenti funebri di Caterina d'Absburgo (San Lorenzo Maggiore), di Maria d'Ungheria (Santa Maria Donna Regina), di Carlo d'Angiò l'Illustre, duca di Calabria, e Margherita di Valois (Santa Chiara), esercitando un'influenza decisiva sugli scultori locali e anche sui fiorentini Giovanni e Pace, autori del monumentale sepolcro di Roberto d'Angiò in Santa Chiara. Nel corso del Quattrocento, con il passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese, le forme rinascimentali si vennero gradualmente imponendo, nonostante il tenace permanere di motivi gotici, nella ricostruzione di Castel Nuovo (1443-1453) e nell'arco di Alfonso d'Aragona, alla decorazione del quale collaborarono, sotto la direzione di Guillermo Sagrera,
numerosi artisti italiani e stranieri, in un ambiente caratterizzato da vasta circolazione di diversi fermenti culturali,
nel quale si formarono anche Francesco Laurana e Niccolò dell'Arca. Negli ultimi due decenni del secolo l'attività di grandi architetti come Giuliano da Maiano, cui si deve la villa di Poggio Reale (distrutta) e la Porta Capuana (1484), e Francesco di Giorgio Martini fu di grande importanza per l'affermarsi del gusto rinascimentale toscano in numerosi palazzi (Marigliano; Filomarino; Gravina) e chiese (Sant'Anna dei Lombardi; Santa Caterina a Formiello) della fine del XV sec. e della prima metà del XVI. Per quanto riguarda la pittura, alla corte di Renato I il Buono d'Angiò prima, e di Alfonso I d'Aragona poi (Alfonso V il Magnanimo), furono attivi artisti provenienti da ogni parte d'Europa, e in particolare provenzali, francesi, borgognoni e iberici, ma l'ambiente fu dominato, intorno alla metà del secolo, da Colantonio cui si riconnette l'attività giovanile di Antonello da Messina. Nella seconda metà del Cinquecento continuarono a prevalere, sia in architettura sia in pittura, le forme rinascimentali, ma un nuovo splendido periodo dell'arte napoletana iniziò fin dai primi decenni del XVII sec., con il formarsi di una vigorosa tradizione pittorica subito dopo il breve soggiorno del Caravaggio (1607). Battistello Caracciolo e lo spagnolo Jusepe de Ribera ne furono i brillanti iniziatori, seguiti da Francesco Fracanzano e Pietro Novelli, detto il Monrealese. Poco prima della metà del secolo il Domenichino e il Lanfranco, attivi il primo nella cappella di San Gennaro in duomo, il secondo nell'oratorio dei Nobili al Gesù Nuovo, e nella stessa cappella di San Gennaro, introdussero nella città elementi di gusto carraccesco che presto si incontrarono e fusero col filone di derivazione caravaggesca nell'opera di Massimo Stanzione, Pacecco de Rosa, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Mattia Preti, mentre appartata si svolse l'arte di Bernardo Cavallino, tutta tesa alla ricerca di un'intonazione intensamente lirica, struggente, in raffinatissime composizioni di breve formato, contrastanti con le grandiose e magniloquenti imprese decorative di Luca Giordano e Francesco Solimena. Gloria della pittura napoletana tra Seicento e Settecento fu anche la "natura morta", da Luca Forte a Paolo Porpora, a Giovan Battista Ruoppolo, ai fratelli Giuseppe e Giovanni Battista Recco. Tra le maggiori realizzazioni architettoniche del XVII sec., durante il quale la città si arricchì di numerose delle sue fontane e delle pittoresche guglie e pinnacoli che ne decorano le piazze e le chiese, si ricordano il Palazzo Reale di Domenico Fontana (rimaneggiato nei secc. XVIII e XIX), la trasformazione della certosa di San Martino iniziata da G. A. Dosio e finita da Cosimo Fanzago (1623-1643), al quale si devono anche le chiese di Santa Maria degli Angeli alle Croci (1638), di San Giuseppe a Pontecorvo, dell'Ascensione e di Santa Teresa a Chiaia (1650-1662). Interessante personalità di architetto fu anche fra Giuseppe Nuvolo che diede disegni per Santa Maria della Sanità e costruì Santa Maria di Costantinopoli e San Carlo all'Arena. Le forme barocche continuarono a dominare nella prima metà del Settecento in Santa Maria di Caravaggio di G. B. Nauclerio,
nelle chiese della Concezione di Montecalvario e di San Michele di Domenico Antonio Vaccaro, nel rifacimento di palazzo Pignatelli, nel portale di palazzo Filomarino e nella chiesa della Nunziatella di Ferdinando Sanfelice. Intonazione più composta e classica hanno invece la facciata della chiesa dei Gerolomini e il grandioso albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga, il teatro San Carlo e la reggia di Capodimonte su disegno di Giovanni Antonio Medrano e soprattutto le opere di Luigi Vanvitelli che, chiamato a Napoli da Carlo VII di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna) per stendere i piani della reggia di Caserta, dominò l'architettura della città nella seconda metà del secolo, costruendo il palazzo Calabritto, la chiesa dell'Annunziata (1760), il Foro carolino (1763), la chiesa della Trinità (1769), l'oratorio della Santa Scala. Con l'inizio dell'Ottocento si affermòil gusto neoclassico con la chiesa di San Francesco di Paola (1817-1846) e la villa la Floridiana (1817-1819) di A. Niccolini. Opera principale della scultura settecentesca fu la decorazione della cappella San Severo dei Sangro, alla quale collaborarono tra gli altri Giuseppe Sammartino, Antonio Corradini e Francesco Queirolo: gravemente danneggiata dal terremoto del 1980, è stata restaurata completamente nel 1990. Tra i pittori si distinsero Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca e Francesco De Mura. Si ricordano infine i nomi dei maggiori tra gli artisti che resero giustamente illustre l'ambiente artistico della città nel XIX sec.: lo scultore Vincenzo Gemito e i pittori Giacinto Gigante, Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Gioacchino Toma. Tra i musei di Napoli, oltre al Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte, particolare importanza hanno il Museo nazionale di San Martino, ove sono raccolti dipinti, sculture e disegni dal XIV al XIXsec., e le ceramiche del Museo Duca di Martina (villa la Floridiana) e del Museo Aragona Pignatelli Cortes. Notevoli le collezioni di dipinti della Galleria dell'Accademia e delle raccolte d'arte Pagliara.


Fonte: INTERNET (Rizzoli Larousse)

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